giovedì 20 agosto 2015

Pollyanna e il gioco della felicità

A seguito di una serie di vicende poco piacevoli avvenute in questi ultimi giorni, mi confrontavo con mia sorella e la sua estrema conclusione è stata... "Dimmi tu, di tutte le persone che conosci, chi effettivamente si può definire felice? Si possono vivere dei momenti di benessere, ma la felicità è una cosa assai rara!"
Da quando ci siamo salutate, non riesco a smettere di pensare a questa sua affermazione!

D'accordo! I problemi ci sono e sono di tutti; le preoccupazioni attanagliano cuore, stomaco e cervello circa 18 ore al giorno... ma davvero non siamo più in grado di essere felici? Davvero siamo talmente assorbiti da tutto questo, da non riuscire a vedere che oltre le nubi ride sempre il sole?
Sia chiaro che non sono nota al mondo per il mio ottimismo dirompente, ma negli ultimi tempi - forse anche solo per spirito di sopravvivenza - ho sviluppato un bisogno vitale, quasi quanto respirare, di credere che aldilà di tutto questo affannarsi, ci sia dell'altro.

Non mi rassegno all'idea che la felicità non sia di questo mondo, né tanto meno credo che l'essere umano non sia destinato a qualcosa di più di un semplice susseguirsi di ansie e preoccupazioni.
Come una novella Pollyanna, mi diverto a fare "il gioco della felicità": cammino per le strade e cerco di coglierne il bello che vi è; guardo fuori dalla finestra e immagino che il baretto sotto casa sia il bistròt del dipinto di Van Gogh "Place du Forum" e tutto ciò che mi circonda, persone comprese, diventano spunto per mettere in pratica le regole del gioco.
Talvolta cerco di trascinare chi è con me in questa avventura che, ai più, potrà sembrare ridicola e, difatti, tante volte vengo guardata come un soggetto a rischio TSO.

Ma sapete che c'è? C'è che non me ne importa niente! C'è che se per essere felice devo dare un calcio a quell'aura sacra e intoccabile mista di serietà, tristezza e rassegnazione, lo faccio! E pure a cuor sereno!
La conclusione di tutto ciò è che forse dovremmo vivere con più leggerezza, che non significa essere superficiali, ma dare a ciascuna cosa e a ciascun avvenimento la giusta dimensione nel quadro della nostra vita; applicare la prospettiva corretta al fine di non ingigantire o ridurre a briciole situazioni e persone che compongono la nostra tela.
Come si fa? mi direte voi ...

Beh, io non mi spaccio per il guru della domenica, ma credo che se ciascuno di noi si sforzasse di fare il "gioco della felicità", anche solo una volta al giorno, ci sarebbero più visi allegri e meno musi lunghi... e poi, facciamoci una domanda: davvero l'essere cupi e nervosi e arrabbiati ci aiuta a risolvere i nostri problemi?
Domani, per quel che ne so, potrei dormire sotto un cipresso e allora... meglio sorridere oggi, ché per avere la faccia contrita e sofferente ho davanti a me tutta l'eternità!

Alla prossima, stay tuned!

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